



























































































Le imprese raccontate in prima persona da chi le ha vissute
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Verso metà febbraio al decollo di Poggio Bustone si parla del Monte Bianco, è un'illuminazione, la decisione è presa: proverò a volare dalla vetta più alta d'Europa e lo farò con la vela Fiamme Azzurre, voglio portare orgoglio a tutta la squadra e mostrare il potenziale di questo sport.
Inizio a cercare info attraverso conoscenze e internet.
Scopro che a luglio e agosto il volo è vietato, quindi per forza fine giugno o inizio settembre, che però è complicato per i consueti impegni con le Fiamme Azzurre.
Scopro che esiste una sola via italiana, che non passa dal rifugio Torino, che conosco, bensì dal Gonella.
Scopro che i rifugi del Monte Bianco vanno prenotati mesi e mesi prima, quindi sapendo che non si può sapere con largo anticipo quale sarà il giorno buono per volare, mi abituo subito all'idea che dovrò fare tutta una tirata, senza pernotto in rifugio, il che mi aumenta anche il gusto della sfida quasi impossibile.
Scopro che le vie francesi sono più facili, ma non ho dubbi sul fatto di voler salire dall'Italia, parcheggiando a circa 2000m di altitudine. Poi scopro che con la macchina ci si deve fermare a 1700. I 3100m di dislivello netti ad alta quota diventano un pensiero fisso. Inizio quindi ad affrontare ogni escursione come un allenamento mirato. Aumento costantemente il peso dello zaino, aumento i dislivelli e in salita sono costantemente alla ricerca del passo più economico senza mai alzare le pulsazioni. Inizio a cercare consigli per evitare il mal di montagna.
Nel frattempo faccio fare gli adesivi per personalizzare la mia Spirit, che, nonostante sia molto peggiore della Kode P, ha il grande vantaggio di essere bianca e blu, colori perfetti. Utilizzarla in situazioni limite mi preoccupa molto ma d'oggi in poi tutte le imprese più belle voglio viverle con una vela Fiamme Azzurre. Per metà maggio gli adesivi sono arrivati e applicati sulla vela in maniera perfetta grazie all'ausilio di Claudio.
Invio foto e video a Irene che rimane molto soddisfatta e mi autorizza a utilizzarla sul Monte Bianco. Il sogno inizia a concretizzarsi.
Siamo a inizio giugno quando salgo a Piacenza per gli assoluti di Scherma. Con me ho tutto il materiale da montagna e da volo perché ho la speranza, finite le gare, di andare a fare il Monviso, ottimo allenamento in vista del Monte Bianco previsto per fine mese.

Tengo sempre le previsioni sotto controllo e il sabato mi rendo conto che il Monviso non è fattibile. Scopro invece che ci sarà una splendida finestra di bel tempo sul Monte Bianco, altra decisione fulminea presa.
Partono i preparativi. Chiedo ospitalità ai Vismara a Courmayeur. Chiedo ulteriori info alle guide alpine nonché piloti di parapendio Marco e Pierpaolo. Rifaccio gonfiaggi e un volo con la vela Fiamme Azzurre che utilizzerò lassù. Studio le mappe. Inizio a sentire un'agitazione pazzesca, l'adrenalina è già a mille.
Lunedì 9 giugno finite le gare parto in direzione Courmayeur, dove arrivo nel tardo pomeriggio. Suono la mia armonica su un prato vista ghiacciaio, in onore dell'impresa che feci tre anni fa e di quella che farò l'indomani. Controllo costantemente il meteo e sento i miei angeli custodi, Marco e Pierpaolo. Il meteo sarà bello ma le previsioni sui venti sono molto incerte e contrastanti. Ormai la decisione è comunque presa, inizierò l'ascesa il pomeriggio seguente.
Anche se molto agitato riesco a dormire. La mattina preparo tutto il materiale scrupolosamente. Poi vado a studiare l'atterraggio e scopro che con la macchina non si arriva alla famosa sbarra a 1700m, bensì ci si deve fermare al parcheggio a 1500m. Il dislivello aumenta ancora!!!
Poi dei ragazzi appena scesi mi dicono che per il Gonella non ci vogliono 3 ore come immaginavo, ma almeno 5.
Sempre tutto più difficile, ma ormai sono in ballo e non rinuncio di certo.
Rientro a Courmayeur, mangio un piattone di pasta in bianco, cerco di fare un riposino ed ecco che si avvicina l'ora x.
Risalgo in macchina e via in val Veny. Alle 17.00 sono al parcheggio.
Metto lo zaino in spalla e mi spavento. Pesa tantissimo, mi ucciderà sicuramente. Ho messo troppe cose ma nulla che non sia indispensabile. Si parte col grande caldo di questa stagione, poi ci sarà il freddo vero della notte in alta quota, quindi serve materiale per tutti i climi. Inoltre per combattere il mal di montagna devo bere molto, quindi liquidi a go go. Devo stringere i denti e portarlo fino a 4806, non ho alternative.
Si inizia a camminare. Subito trovo un sentiero chiuso, brutto segno? Nessun problema, faccio un taglio e sono sulla strada principale.

Per quattro km seguo la strada asfaltata, poi carrareccia, che risale lungo la Dora di Veny, tra conifere, prati, pareti altissime ai lati e scrosci d'acqua.
Questi km passano facilmente e partono così i primi 500m di dislivello, godendomi il paesaggio e suonando la mia armonica, sempre con me.
Arrivato alla base del ghiacciaio del Miage inizia la morena. Mi aspettavo un sentiero, invece è solo pietre instabili con di tanto in tanto qualche omino o qualche macchia di vernice a informarti che la via è quella giusta. Impiego un'ora a percorrere i primi due km con un guadagno di soli 100m di dislivello.

Ogni passo è complicato, decidere la via migliore è complicato, non farmi male è complicato. I bastoni, che ho trovato nel bosco vicino al parcheggio, si incastrano costantemente tra le rocce, che rabbia... Difficile non innervosirsi, ma non posso perdere energie, quindi mantengo la calma e continuo ad avanzare.

I restanti 4 km di morena, con i quali si arriva a 2400, sono un po' più semplici. Prima le pietre sono più sminuzzate, poi c'è la neve a ricoprirle, quindi si va di ramponi, che mi servono anche per l'inizio della ripida salita a destra. Mi aspetto che fino al rifugio sarà tutto innevato, quindi con piccozze e ramponi, invece, appena cambio versante, inizia una lunghissima diagonale tra le rocce.
Resto deluso ma mi rendo conto che guardando bene la mappa era prevedibile un sentiero del genere.

Rimetto i ramponi a posto e si segue questa via. Si alternano pezzi semplici, traversini su lingue di neve ripidissime dove per fortuna ci sono le orme a darti grip, a ripide salite tra le rocce con ausili di corde, catene o scalette.
Il tutto ha un certo fascino, ma non posso godermelo perché il sole è già tramontato e non sempre è facile individuare il passaggio. In due occasioni infatti sbaglio direzione e tornare indietro non è affatto facile, calcolando che siamo ad alti livelli di ripidità.

È un sentiero che definirei tecnico per i passaggi esposti e complicati, fisico per i punti in cui arrampicarsi con il pesante zaino è una bella impresa, e romantico. Romantico perché l'ambiente è molto bello e con le ultimissime luci del giorno tutto appare così sfumato e delicato.
La luce sta finendo del tutto, vado quindi spedito e riesco a raggiungere il rifugio Gonella pelo pelo senza accendere la luce frontale. Sono riuscito fino a 2900 a non faticare nulla, ma gli ultimi 200m mi hanno un po' provato, essendo molto ripidi e avendomi costretto a fare arrampicata tra le rocce, che con la zavorra in spalla diventano criptonite.

Verso le 10 entro nel rifugio, che è veramente posizionato in un punto nascosto e isolatissimo. Da raggiungere non è affatto agevole, mi chiedo quanti clienti potrà avere. E poi quella via in caso di brutto tempo è ugualmente fattibile?
Mi cambio maglietta, sistemo lo zaino, ricarico cellulare e insta 360 col power bank che ho al seguito.
Poi qualche chiacchera con degli ospiti e col gestore. Mi sdraio anche una mezz'ora su una panca per illudere le mie gambe di un sonno riparatore. Il cellulare non prende, non posso avvisare nessuno che va tutto bene, sono sicuro che qualcuno sarà in ansia, ma non posso farci nulla, la montagna è anche questo.
Dal gestore, ex schermitore della Koala scherma, il mondo è proprio piccolo, mi faccio fare un tè caldo, mi rifornisco di acqua e coca cola e a mezzanotte riparto.
Sono in partenza anche altre sette persone, suddivise in due/tre gruppi, ma decido di essere il primo. Vorrei essere in cima all'alba, per aumentare le possibilità di decollo, e non voglio essere rallentato. È sicuramente più pericoloso ma devo fare così.
Mauro, il gestore del rifugio mi ha detto che d'ora in poi i ramponi non vanno più tolti, questo mi da sollievo.
Ramponi, giacca, luce notturna e si parte.
Seguo le tracce appena fuori dalla porta e dieci minuti dopo queste spariscono tra le rocce. Controllo l'app e scopro che il sentiero è più sotto. Di tornare indietro non se ne parla. Trovo una specie di via tra le rocce, ripida e scivolosa, affatto piacevole, che mi ricongiunge alla giusta direzione, con la brutta notizia di aver perso 100m di dislivello.
Non è il massimo avere imprevisti del genere quando tutto è già appeso a un filo, ma anche questo fa parte del gioco, soprattutto se si va in solitaria senza conoscere la via.
Questa volta sono sul sentiero giusto. Le orme sulla neve sono molte e marcate, non mi resta che seguirle tra traversi e salite di varie pendenze. Spesso cammino a lato delle tracce, che essendo ghiacciate sono molto scomode, a differenza della neve dura che le circonda che mi permette di utilizzare il passo più economico.
Ogni tanto in lontananza, alle mie spalle, vedo le luci degli altri partiti dal rifugio. Una vocina dentro di me, quella sempre in gara con gli altri, dice di accelerare il passo per non farsi riprendere, un'altra, quella che ha chiaro l'obiettivo della giornata, dice di fregarsene totalmente continuando a mantenere l'andatura più economica possibile, quella che mi porterà in vetta.

Salgo lento ma costantemente senza fare fatica. Indicativamente 300m ogni ora. La luce frontale illumina le tracce e io le seguo, senza sapere cosa mi circonda. Ogni tanto mi guardo intorno, non si vede ovviamente nulla, siamo in piena notte, ma intuisco i profili, le ripidità, i pericoli. Allora sposto subito l'attenzione sulle tracce illuminate, faccio sparire tutto il resto, e riprendo a seguire la via a testa bassa, concentratissimo sul mio compito.
Poco dopo le ore tre raggiungo il Piton des Italiens (prima vetta oltre i 4000), attraverso una parete bella ripida con un passaggio che mi è reso impossibile dallo zaino enorme. Proprio in cresta si passa radente ad una roccia inclinata, con il vuoto totale sotto, veramente impressionante. Il mio zaino non ci passa, quindi devo trovare un'alternativa. Scendendo un pochino trovo fortunatamente un altro passaggio, posso andare avanti.
In cima al Piton des Italiens mi fermo un attimo a cambiare frontale, la prima sta morendo, passo a quella regalatami da Anna, che come sempre inizialmente non vuole accendersi, ma che poi, smanettando un po' con le batterie, funziona sempre.

Alle mie spalle la luna illumina un mare di nebbia bellissimo.
Sono solo nell'immenso, un paradiso immenso, silenzioso e buio.
Sono in estasi perché fisicamente sto benissimo, nessun segno di mal di montagna, nessun segno particolare di fatica. Già mi vedo in cima all'alba.
Riparto, supero una cresta strettissima che per un attimo mi blocca. È larga quanto un piede e da entrambi i lati c'è il vuoto, mi metto in ginocchio per la paura, poi mi dico "non pensare e avanza" e così faccio.
Non voglio immaginare quel punto con la luce, meglio non vedere alcune volte.
Inizia quindi una lunga cresta che mi porterà al Dome du Gouter 4300.
Non è paragonabile al pezzo precedente ma si intuisce che anche questa di giorno farebbe impressione. Sembrerebbe tutto OK quando all'improvviso si alza un po' il vento, poi inizia a nevicare, quindi il vento diventa fortissimo. Raffiche sui 40-50 kmh da ore 9 che trasformano una situazione ideale in un incubo.
Metto la giacca, finora stavo benissimo senza, il cappuccio, e inizia una fatica tremenda. Devo resistere contro la componente laterale che vuole buttarmi di sotto e avanzare contro la componente frontale che si aggiunge alla salita e al pesantissimo zaino per rendere incredibile lo sforzo. Nel frattempo la neve, per fortuna poca, copre in alcuni punti le tracce e mi tortura il viso come una mitragliatrice di spilli.
Arrivo al Dome stremato. Non ho quasi faticato per 2600m di dislivello, in 200m sono morto.
Ho la certezza che non posso arrivare in cima, o trovo il bivacco che ho visto sulle mappe o scendo al rifugio Gouter sul lato francese per battere in ritirata. L'obiettivo è volare dalla cima, ma la sopravvivenza viene prima di tutto, nel caso ci tornerò nei mesi successivi.

Mentre esce un'alba spaziale, che per alcuni momenti mi fa dimenticare la fatica, vado incontro ad alcuni che salgono dalla via francese per chiedergli del bivacco. Le mie parole sono storpiate, la mia bocca è praticamente congelata e non riesce ad articolare bene i suoni. Con tre tentativi riesco comunque a farmi capire. Mi indicano il bivacco subito, è proprio 100m più alto direzione vetta, lì davanti ai miei occhi.

Stringo i denti e lo raggiungo, è l'unica speranza di raggiungere ancora la vetta.
L'entrata è verticale e stretta, con una scaletta. Ovviamente con il mio fardello enorme in spalla non ci passo agevolmente, ma alla fine ci riesco. Dentro ci sono moltissime coperte appese alle pareti. Mi tolgo le scarpe, prendo tre coperte e mi avvolgo meglio che posso. Tremo, tremo tantissimo, non riesco a smettere di tremare, più che tremare sembrano scuotimenti. Mi ci vorrà più di un'ora per smettere di tremare. Nel frattempo anche tutti gli altri partiti dal Gonella sono venuti tremanti nel bivacco a riprendere calore, nonostante non sia ovviamente riscaldato, ma almeno è riparato.
Incredibile che la via francese non sia invece assalita dalla stessa bufera, nonostante le due vie siano in quel punto quasi adiacenti.
Per riprendermi del tutto dallo pseudo congelamento mi ci vorranno 2 ore. Ma quando esco per attaccare la vetta mi rendo conto che il vento è ancora troppo teso per poter decollare. Windy dava una speranza che a metà mattinata sarebbe calato, quindi decido di aspettare ancora e mi rimetto dentro avvolto tra le coperte ad assistere a un continuo via vai di persone che vengono a prendere riparo per poi ripartire.
Verso le 8.15 riparto in compagnia di due francesi di Annecy. Siamo a 4390 e mancano poco più di 400m ai 4806 della vetta.
Tecnicamente sono molto facili, poco esposti e la via è talmente battuta che si potrebbe fare a occhi chiusi. Il problema è che le forze sono finite. Speravo che la lunga pausa mi avrebbe riportato energie utilissime, invece la debolezza causatami dalla bufera notturna è ormai stabilmente nel mio corpo. Sono però lucido mentalmente e determinato, quindi si avanza. Devo fare pause continue, anche dopo sei passi, a volte dieci, raramente più di venti. Molte volte devo proprio sedermi. Per fortuna uno dei due francesi è ridotto come me. Inizio a pensare che il segreto è fare 10m di dislivello alla volta. Penso a "ogni maledetta domenica" e al discorso "una yard alla volta". Poi penso anche al sogno di poter ancora aprire la mia vela Fiamme Azzurre su questo gigante meraviglioso nonché al livello Cianfo 3 plus, gioco col gruppo di amici escursionisti, che guadagnerò con questa ascesa. Mi attacco a ogni stupidaggine per trovare energie che sembrano finite. È un'agonia ma ormai l'arrivo si avvicina.

Alle 10.00 circa sono in vetta e il mio primo pensiero è che ci sono raffiche troppo forti per decollare. Tra una raffica e l'altra si potrebbe anche fare ma valuto che c'è un buon 50% di possibilità che ci lasci la pelle. Non ne vale la pena. Decido di mettermi al sole, sul lato riparato dal vento, ad aspettare per vedere se il vento dovesse calare. Mi riposo, mi riscaldo, mi godo lo spettacolo che mi circonda e, senza accorgermene, mi ustiono il viso. Di mettermi la crema solare proprio non mi è venuto in mente, nonostante l'avessi con me.

Alle 11.00 la situazione vento è peggiorata ulteriormente, quindi prendo l'unica decisione possibile: scendo verso il rifugio Gouter per poi valutare man mano la situazione. Oggi non si vola dalla vetta, mi rassegno a questa terribile verità. Fa parte di questo gioco chiamato Hike and Fly, tante volte si deve tornare a valle con la vela in spalle.
Scendere è molto più facile di salire, ma anche qui soffro parecchio. Le pause sono minori e più brevi ma comunque ci sono.
Ripasso davanti al bivacco e il vento qui sotto a 4400 è molto meglio. Quasi sicuramente si può decollare dal Dome du Gouter (4304) che è proprio sotto di me.
Lo raggiungo insieme a due piloti francesi che impossibilitati a decollare dalla vetta hanno avuto la mia stessa idea.
Io mi posiziono proprio sulla cima, loro con le monosuperfici un po' più sotto. Mi indicano dove poter atterrare a Chamonix così posso volare in tranquillità.
Il vento qui è perfetto.
Preparo tutto, apro la vela, mi aggancio, faccio partire la registrazione e si decolla.

Sono altissimo, la vallata sottostante è a 1000 metri ed io sono 3300 metri più alto. Mai fatto così tanto dislivello in un volo.
Prendo direzione nord e costeggio il massiccio del Monte Bianco per chilometri, ammirando ogni punta, ogni parete, anche le incredibili costruzioni umane in cima all'Aiguille du Midi.

L'aria è calmissima, nessuna ascendenza, nessuna discendenza. Spesso lascio i comandi e mi lascio cullare in aria. Sto galleggiando in paradiso.
Riesco veramente a immergermi in questa pace totale. Sono talmente stanco che quasi non riesco a pensare, galleggio e basta. L'unico pensiero va a Umberto, che è sempre con me, senza il quale non avrei acquisito le competenze per trovare il coraggio di affrontare un'impresa del genere. Per ripagarlo dovrei proprio portarlo qui a volare.

Piano piano perdo quota e dopo 40 minuti metto i piedi a terra nell'atterraggio di Chamonix.

Qui ritrovo i due francesi che decollati con me sono atterrati già da molto tempo.
Mi aiutano a capire come tornare in Italia, accompagnandomi davanti al tunnel e confidando nell'autostop. Due ore dopo sarò alla macchina in val Veny, stravolto ma ragionevolmente soddisfatto.
Non sono decollato dal Bianco ma già solo arrivarci con quel carico è stata una sfida incredibile. Ho fatto 3750 metri di dislivello ad alta quota in un'unica soluzione con quasi 20 chilogrammi in spalla. Ho superato mille difficoltà tecniche e fisiche. Quando non avevo più forze di stare in piedi, ho dimostrato a me stesso, ancora una volta, di saperne sempre trovare sempre di nuove. Ho saputo rinunciare al decollo, ho saputo anche prendere in considerazione l'idea di non arrivare in vetta. Sembro pazzo ma il saper rinunciare a volte mi da un senso di grande soddisfazione. Sono riuscito a volare tra questi giganti con la vela della mia squadra, non dalla vetta ma comunque in paradiso. Ho provato emozioni uniche nel sentirmi solo, in piena notte, in pace assoluta tra questi giganti che ti incutono terrore e poi ti accolgono come nessun umano sa fare.
Chamonix, 11 giugno 2025
Siamo ad inizio agosto e finalmente arriva un'ondata di alta pressione, dopo un periodo molto instabile.
Nel breve la situazione sembra ottimale per le Prealpi Orobie e per fine settimana potrebbe essere buona per il Rosa.
Il martedì salgo quindi a Lecco e arrivato faccio il primo hike and fly al monte Cornizzolo.
La sera mi sento con Michele, pilota e guida alpina di Alagna, da tutti descrittomi come il maggior esperto per volare nella zona Monte Rosa.
Gentilissimo, mi spiega che dal Dufour non si decolla, salvo lanciando la vela, che dalla punta Gnifetti è molto stretto e ripido ma che si può fare. Serve però necessariamente un nord. L'orario per decollare è tra l'alba e le 10.00, dopo è meglio evitare per i forti venti di valle che si formano all'atterraggio. Per l'atterraggio mi dice che ad Alagna c'è quello che usano i locals che è molto grande e sicuro. Mancano i dettagli per salire.
Gli chiedo il punto più alto dove lasciare la macchina, dicendogli che mi rifiuto di prendere la funivia. Mi risponde che se voglio fare il purista allora devo partire da Alagna stessa, 1150, invece che dai 1600 dell'ultimo parcheggio disponibile. Mi sta sfidando, sicuramente pensa che non ce la farò mai: sfida accettata, vedrai chi sono!
Per il percorso mi consiglia di seguire la traccia della gara di Trail che fanno a inizio giugno.
L'ultimo piacere che gli chiedo è quello di vedermi il meteo per valutare la migliore finestra per affrontare l'impresa nel weekend. Essendo in macchina mi dice che mi avrebbe risposto l'indomani.
Chiusa la telefonata, torno a casa dei genitori di Chiara, dove alloggio, e preparo il materiale per una bella ascesa notturna. Poche ore dopo, alle 04.00 sto salendo sulla Grigna, dalla quale decollo alle 07.00, galleggiando all'alba su un mare di nubi attraversate dai primi fasci luminosi del giorno. Queste immagini, queste luci sono il motivo per cui faccio Hike and Fly.

Nel breve tratto di auto che devo fare per tornare a casa, arriva il messaggio di Michele con la posizione Maps dell'atterraggio e con l'indicazione che la migliore finestra meteo per poter decollare dalla capanna Margherita, Punta Gnifetti, è venerdì mattina.
Significa che l'indomani pomeriggio devo iniziare l'ascesa.
Questo 2000m di dislivello per la Grigna appena fatto non è certo il miglior scarico possibile il giorno precedente l'impresa, ma ormai è andata. Sono mesi che aspetto la finestra buona per attaccare il Rosa e non me la faccio certo scappare.
Decido di partire da Lecco l'indomani a metà mattinata. Quindi sfrutto il pomeriggio per fare un altro volo al Cornizzolo, per esercitarmi sul back fly, sfruttando la navetta.
La sera chiamo Nicolò, amico alpinista della Valsesia che ho conosciuto sul Monte Bianco. Mi rimedia la traccia del Trail che dovrò seguire presentandomene pro e contro. Mi dice dove parcheggiare e soprattutto mi sconsiglia di partire tardi in serata, come pensavo di fare, perché la seconda parte dell'ascesa fino al rifugio Gnifetti ha un sentiero difficile da individuare ed è molto lento.
Penso di avere tutte le info necessarie.
Faccio una dormita spaziale di 12 ore, per recuperare il sonno arretrato e avvantaggiarmi quello che salterò nella notte che verrà.
Mi alzo e inizio i meravigliosi preparativi pre impresa. È un momento che adoro. Pieno di adrenalina, stare lì a decidere cosa portare e cosa no, quale magliette, quante magliette, quali calzini, sulla felpa non ho dubbi, è sempre lei che dal 2003 mi accompagna in tutti i momenti chiave.
Ho l'obiettivo di ridurre qualcosa rispetto ai 18kg del monte Bianco, ma alla fine non ci riesco. Per una questione di sicurezza non posso rinunciare a nulla. Soffrirò nuovamente.

Alle 10.45 lascio Lecco e alle 13.30 sono ad Alagna, dove i negozi per comprare cibo sono tutti chiusi. Mangio un piatto di pasta in bianco, cerco il parcheggio indicatomi da Nicolò e, in attesa che riapra il supermercato, leggo Pennac e riesco anche a dormire una mezz'oretta.
Il cielo è tutto nuvoloso, non si vedono le vette. Le app però mi rassicurano che poi verso sera si aprirà. In questo caso meglio così, almeno salirò senza troppo caldo.
Comprato un bel pezzo di pizza, fatto l'ultimo check al materiale, sono le 16.00, posso partire, anche se in anticipo rispetto al programma. Meglio così, per evitare il temutissimo mal di montagna devo salire lentamente.
Attraverso il paese, passo alla base della funivia e inizio a seguire il sentiero che insegue i cavi.
Subito mi balza in mente il contrasto con la val Veny. Quando ho iniziato l'ascesa al Bianco ero immerso nella natura, qui sono circondato da umani, case, funivie.
La salita è subito molto decisa. Dopo un tratto scoperto si entra in un bosco e per un attimo, non fosse per il rumore della funivia che mi passa sopra, mi sentirei nei luoghi che tanto mi piacciono.

Le spalle iniziano subito ad accusare il peso dello zaino. So che si abitueranno, soffriranno ma si abitueranno.
L'importante è che le gambe non l'accusino e così sembra. In due ore, nonostante cerchi l'andatura più economica possibile, sono già a 2150m, con i primi 1000 di dislivello messi in tasca.
Qui i boschi sono finiti, è tutto aperto e si iniziano a vedere begli scorci davanti. Peccato che sono circondato da pali, cavi e costruzioni delle funivie e sto camminando tra carrarecce e piste da sci che spesso si sovrappongono.

Il contrasto con il Miage è sempre più forte.
Arrivato ai laghi del Corno, circa 2400, finalmente sembra di essere veramente in Montagna. Tra le nubi si intravedono le vette, c'è a valle una cascata enorme che riempie l'ambiente con il suo rumore, facendo finta di non vedere un orribile ecomostro, ex arrivo di una funivia che si erge in cima a sinistra, sembra tutto incontaminato.

Un lungo e bellissimo traverso e scavallo in una nuova valle accanto al lago di Bors.
Sono non appena sopra le nubi e lo spettacolo è magnifico. Ciuffi di nubi ballano davanti ai miei occhi al cospetto delle cime, finalmente nitide.

Non posso non mettermi a suonare la mia armonica davanti a questo spettacolo.

Arriva qui il momento di una decisione importante. Seguire la direzione della traccia del Trail, che segue la valle e che sale dritta in fondo, ma che non ha segni in quanto si è svolto sulla neve, oppure salire a sx molto ripido sulla cresta, ben segnato, molto attraente ma sicuramente più lungo?
La parete bella ripida mi chiama, è una follia, l'ennesima, ma se mi chiama non posso non rispondere.
In effetti salire tra quelle rocce è molto bello, sentiero ben visibile, a tratti esposto ma mai pericoloso, con una vista super. Arrivo al valico di Cimalegna, 2820, dove raggiungo la cresta e torno alla triste realtà degli umani. È tornata la funivia.
Seguo l'ennesima carrareccia fino all'ultima stazione, 3100 e da qui si prosegue sulla cresta che sale allo Stolemberg, 3202, per poi riscendere al colle delle Pisse, 3109.
Si avvicina il tramonto, il sole sta per scendere dietro le vette a ovest e ora sono affacciato sulla valle del Lys.

Continuo in un lunghissimo tratto di saliscendi rocciosi che mi porteranno alle ultime luci del tramonto a raggiungere, sopra Punta Indren, un piccolo laghetto nel quale si riflettono da un lato le ultime luci arancioni del tramonto e dall'altro, aggirandolo, le prime luci della luna.

Queste meraviglie sono tra i motivi principali per cui vado in montagna.
La capanna Gnifetti, dove farò una sosta prima dell'ascesa finale è ormai vicino, poco più di un chilometro e 300m di dislivello. Mi sento benissimo e già assaporo un po' di meritato riposo al calduccio.
Quest'ultimo chilometro diventa invece una piccola odissea. La luce è finita, accendo la frontale di Anna, l'altra la tengo per la notte, ma seguire la via non è facile. Tra le rocce ci sono degli omini ma lì vedo solo quando ci arrivo vicino. Spesso mi devo fermare per capire dove andare. Inizia anche un notevole mal di pancia.
Perdo molto tempo ad attraversare un lungo nevaio ormai agli sgoccioli, quindi misto di ghiaccio di ogni tipo. Si scivola, si sprofonda, ci si bagna.

Poi arrivano le roccette dove ci si arrampica per un bel tratto con l'ausilio di corde fisse e finalmente si vede il rifugio.
Ormai è fatta.
Invece no.
Bisogna attraversare un lungo nevaio, pezzo terminale del ghiacciaio del Garstelet. Sembrerebbe banale, tecnicamente lo è, la traccia è ben visibile e piatta, però si affonda tantissimo. Le temperature sono alte e la neve non regge. Prima l'arrampicata sulle roccette con il fardello in spalla, poi il mal di pancia sempre costante, ora la neve che cede. Saranno 300 passi, ma sono 300 passi faticosissimi.
Finito il nevaio manca solo un pezzo piccolo ripido tra le rocce e si arriva al rifugio.
Ovviamente non ci sono segni da seguire, ovviamente sbaglio!
Mi ritrovo in un cul de sac.
Fortunatamente sono vicino alla parte più bassa del nevaio, dove piano piano riesco a scendere, per poi risalirlo e prendere finalmente la strada giusta.
Sono quasi le 23 quando arrivo al rifugio. Per fare l'ultimo chilometro avrò impiegato due ore.
Il rifugio è super accogliente, caldo, spazioso e deserto. Sono tutti a dormire, hanno tantissimi posti letto.
La rifugista, Anita, tra l'altro bellissima, mi dice che sono stato fortunato, normalmente sarebbe già stato chiuso ma si è attardata per dei problemi con i clienti.
Scambiamo due chiacchiere e mi dà qualche utile consiglio per l'ascesa dell'indomani.
Mi faccio preparare un bel tè caldo, faccio rifornimento di acqua, mi cambio vestiti e poi mi sdraio a terra, sulla moquette, dove starò due ore abbondanti a contorcermi in cerca della migliore posizione per fare passare il mal di pancia.
Alle 02.15 è ora di prepararsi, voglio essere su all'alba sia per gustarmi lo spettacolo, sia perché la fascia decollabile, con eventuale possibilità di decollo, è dall'alba alle 10 e non voglio perdermi neanche un minuto.
Alle 2.35 sono pronto a partire quando mi accorgo che manca uno dei due guanti pesanti. Lo cerco tra i tavoli, sul pavimento, sotto le panche, svuoto lo zaino e cerco tra i panni, poi rifaccio tutte le ricerche da capo ma nulla. Deve essere caduto dallo zaino durante la salita da Alagna.
Due opzioni: rinuncio oppure sovrappongono i due guantini di cotone leggerissimi, che per fortuna porto sempre di riserva, e improvviso un guanto pseudo pesante.
Andata per la seconda opzione.
Alle 02.50 mi metto in marcia.
Uscito dal rifugio c'è subito un bivio, che ovviamente sbaglio, come sempre. Anita me ne aveva pure parlato, ma invece di ascoltarla ero lì imbambolato a godermi il suo sorriso... Per fortuna l'opzione presa finisce nel vuoto dopo pochi metri, quindi pochi passi indietro e sono nella giusta direzione.
Piccolo pezzo di roccia e corde e inizia l'avventura sulla neve.

La traccia è molto evidente, impossibile sbagliarsi.
Anita mi ha detto di tenermi sempre sulla destra, almeno questo l'ho capito.
Il mal di pancia è sparito ma si sente l'altitudine e forse anche il dislivello accumulato. Non mi sento proprio energico. Sarà che a queste quote i miei 18 kg in spalla sembrano 40.
Procedo con serie di 60 passi, intervallati da 10 secondi di pausa. Alla fine salgo abbastanza bene, meglio del previsto. In un'ora già fatto 400m di dislivello e sono a 4000m.
La salita non è mai troppo ripida, le piccozze non servono mai, si va sempre di bastoncini.
La luna è bella luminosa ma non si crea quell'atmosfera incredibile vissuta sul Pilone des Italiens due mesi prima.
Ogni tot inverto i guanti, quello buono tiene caldo, i due leggeri sovrapposti no.
Dietro ci sono varie luci che mi inseguono, poi ne trovo anche tre che arrivano lateralmente.
Arrivano dalla traccia che mi indica l'app, che ovviamente non ho seguito. Mi sono concentrato totalmente su quelle a terra e devo aver perso una biforcazione, tanto per allungare un po'.
Nel frattempo capisco perché dovevo tenermi sulla destra. Appena al lato sx della traccia ci sono dei bei crepacci, veramente impressionanti. Ci sono anche almeno dieci crepacci stretti che attraversano la traccia, qualcuno si passa senza modificare il passo, qualcuno va saltato. In uno, che non avevo visto, più nascosto degli altri, ci finisco dentro con un piede. Per fortuna avevo l'altro piede ben saldo e le due bacchette ben infilate nella neve. Vado giù fino al ginocchio e ne esco subito. Devo stare più attento.
Che questo ghiacciaio è pieno di crepacci me l'avevano detto tutti: Michele, Nicolò, Marco, Anita.
Dal col del Lys, 4246, per tutto il lungo traverso, fino all'attacco della salita finale, cammino con i tre ragazzi che ho incrociato. Che invidia vedere quegli zainetti leggeri.
Quando inizia l'ultimo sforzo rallento e li lascio andare. La serie di passi consecutivi diminuisce prima a 45 poi nel finale a 30.
Quanto è faticoso!
Mi ricorda la salita al Bianco. Non ho il fiatone, il cuore batte normalmente, le gambe non fanno male, eppure ogni passo sembra un'impresa. Sembra che a spingerti non siano i muscoli ma l'anima.
Sarei troppo curioso di vedere quanta sarebbe la fatica senza il mio zaino.
Dentro di me non faccio che ripetermi "mai più, mai più così in alto accumulando così tanto dislivello". Poi penso che anche salendo sul Bianco mi dicevo le stesse cose ed eccomi invece qui a farlo di nuovo. Quindi so che non resisterò alla prossima tentazione e mi maledirò di nuovo.

Gli ultimi metri sono comunque bellissimi. Sono le 05.35 e l'orizzonte è infiammato dall'alba che si nasconde proprio dietro la capanna Margherita.
Sono tanto belli per il panorama quanto brutti per le prospettive di volo.
Dov'è il posto dove decollare? Mi parlava di una piazzola degli elicotteri. Mai vista una piazzola tanto piccola, io e la vela non c'entriamo sicuro. Ho capito che è un decollo Red Bull molto simile a quello della vetta occidentale del corno grande.

Seconda brutta notizia: nonostante l'orario il vento è troppo teso, potrebbe trascinarmi dietro nel vuoto. Non è fattibile, non è fattibile ora.
Entro nella capanna Margherita, mi trovo un angolino bello caldo, ordino un litro di tè e chiedo info sul decollo. Lì c'è il fratello di Michele, anche lui guida alpina e pilota. Mi conferma che il decollo è proprio quello e non esistono alternative.
Ho fino alle 10 per decollare e riprendere energie. Quindi mangio qualche barretta di cereali, bevo, poi mi sdraio su una panca e ogni tot esco a controllare la situazione vento.
Alle 06.30, alle 07.00, alle 07.30 il vento è sempre troppo teso. Ogni volta mi sdraio nuovamente in cerca di energie. Zero mal di montagna ma la stanchezza è travolgente e per quel tipo di decollo ho bisogno di lucidità. Non è ammesso errore, è un All In.
Alle 08.10 la ricognizione è positiva.
Il vento è più o meno identico ma iniziano a esserci dei momenti in cui si riduce leggermente, quel poco che mi è sufficiente per aprire la vela e decollare. Grazie a tutti gli allenamenti fatti a Tivoli, e a tutti gli insegnamenti di Umberto ce la posso fare.
Mi vesto con tutto il materiale più pesante che ho, metto tutto il resto nello zaino, attacco bene la insta 360 e inizia la prima vera impresa: agganciarmi correttamente al parapendio.

Ho uno spazio minuscolo di 3 metri ai piedi del rifugio dove cercare di aprire un po' la vela per attaccarmi correttamente. Spazio ridotto, vento che sballotta tutto, ma alla fine ci riesco. Sono attaccato correttamente.
Mi sposto di qualche metro, scendo sotto la traccia con i piedi per posizionare la vela sulla cresta. Appena la apro un po', il vento me la allarga completamente, anche troppo. Tira e come, per tenerla sotto controllo devo fare tre giri di freno.
Non è perfettamente dritto, tira leggermente da ovest, altro problemino.
Sono comunque in posizione, aspetto solo il momento buono.
Neanche un minuto e arriva il calo desiderato. Non ci penso un attimo, non c'è tempo per pensare o porsi domande. Alzo la vela e va leggermente a destra, la controllo, la blocco, mi giro e sono già in volo.
La parete è talmente ripida che non è servito neanche un passo per decollare.
Decollo, e parte il solito urlo di quando l'adrenalina è a mille, in questo caso diecimila, infatti dopo il primo urlo ne parte anche un secondo.

Il tempo di realizzare che ce l'ho fatta e subito devo pensare all'uscita dalla valle. Sono decollato a nord ma devo andare a sud, devo passare tra Gnifetti e Parrot, nel Seserjoch.
Si tratta di un passaggio complicato, il fratello di Michele mi ha detto che lì se l'è vista brutta.
Il pericolo rotori è alto. Lo attraverso subito e mi tengo più lontano possibile dalle creste, ma mi ritrovo comunque con 35-40kmh di vento alle spalle. Sono pronto a eventuali chiusure, pronto a tutto. Si balla molto e c'è una bella discendenza, ma per fortuna nessuna configurazione inusuale.
Quando sono ormai lontano dai giganti tiro i remi in barca e mi rilasso. Mi lascio cullare un po' dall'aria e mi godo questo spettacolo di montagne infinite, di boschi illimitati, di vallate incatenate.
Sono ancora altissimo, oltre i 3000m quando inizio a cercare l'atterraggio. Non lo trovo.
Dove sei finita Alagna?
Forse più a valle?
Proseguo lungo la valle ma qualcosa non quadra. Per trovare Alagna basta trovare gli impianti di risalita. Non ci sono impianti in questa valle. Inizio a pensare di aver sbagliato valle e ormai non ho quota, né termiche, per poter pensare di scavallare. Ormai si atterra qui.
Dovevo andare più a sud.
Individuo un bel campo, quello sarà il mio atterraggio.
Nel frattempo mi godo la bellezza di questa vallata, che poi scoprirò essere la valle Anzasca, molto più selvaggia delle valli limitrofe.

L'atterraggio è buffo, è quasi un tuffo.
Appena tocco il terreno i ramponi si infilano e, non permettendomi di fare due tre passi di corsa in avanti, cado di faccia tra l'erba alta e bagnata.
Rido! Difficile non ridere.

Recupero tutto il materiale e arriva il momento fatidico, capire dove sono.
Pecetto, frazione di Macugnaga. A soli 124km da Alagna.
Opzioni per tornare alla macchina:
1. A piedi attraversando le montagne. Sono troppo stanco ed è comunque un giro molto lungo.
2. Mezzi pubblici. Niente treni, troppi bus necessari.
3. Taxi o Uber. Preventivo superiore ai 400 euro.
4. Autostop.
Inizia una lunga avventura di autostop, che a conti fatti va molto meglio del solito.
7 passaggi ricevuti, di cui 4 da turisti stranieri, e in 6 ore sono alla macchina.
Mangio una vaschetta di gelato da 500g e subito si guarda avanti, dopodomani il Monviso ha una buona finestra meteo, si riparte!!
La determinazione
La mia vela (la mia furia buia) scalpita. Non posso non farla volare. Non ho il coraggio di dirle che deve restare chiusa nel suo involucro. Oggi volerà, volerà eccome.
Apro il meteo e studio i venti. A monte Gennaro vento da est, non male. Al Pellecchia ugualmente da est, non va bene. Guardo anche il Nuria: vento da est la mattina e da ovest il pomeriggio, niente male. Gennaro o Nuria?? Facile o difficile?? Bello o bellissimo?? Nuria tutta la vita.
Lì, un anno fa, ho iniziato con lo sci alpinismo con lo snow board, e oggi ci inizio una nuova avventura: hike and fly.

Il viaggio
Per arrivare a Rocca di Fondi ci vuole un'ora e un quarto di auto, tragitto durante il quale l'adrenalina sale a mille. Tantissime sono le variabili, tantissimi gli imprevisti che rischio, tanti forse anche i pericoli. Rischio di arrivare su e trovare troppo vento, quindi dover rinunciare. Il meteo dice 10km/h, ma sulle cime è poco attendibile. A metà strada gli alberi si muovono molto, l'ansia di salire inutilmente cresce.
Che neve troverò? A 1800 c'è sicuro, da che quota partirà?? Ho portato solo i ramponcini, mi basteranno??? Ce la faranno le mie gambe a portare su tutto? La mia furia buia è leggerissima, ma con tutta l'attrezzatura sette kg li fa, poi va aggiunto il peso di bevande, cibo, cambi, kit emergenza... Insomma andiamo oltre i dieci kg.
Per rilassarmi e allontanare tutte queste domande metto un pò di musica: pianoforte e violoncello. Nella salita finale, tra Antrodoco e Rocca di Fondi, è Chopin a preparare i miei sensi.
La neve
Parcheggio a 1000m, scendo dall'auto, e l'aria che respiro è quella della neve. Non c'è intorno a me, ma ne sento la presenza, la vicinanza. Fa zero gradi e il mio respiro è condensa. Devo tornare molti mesi indietro per ritrovare questo odore, questa sensazione.
Carico tutto sulle spalle, stringo le scarpe, avvio l'app e inizio a camminare. Decido di salire da ovest, ma dopo un chilometro e mezzo mi ricordo un particolare importante: devo ispezionare l'area di atterraggio del volo di ritorno. Taglio la montagna e arrivo a destinazione, un pò più su del previsto. Nella piana individuata, a 1160mslm, trovo un discreto rettilineo libero da alberi e cespugli per cento metri. Attacco la fettuccia a un ramoscello e continuo a salire.
A 1500mslm raggiungo il bellissimo rifugio che tanto amo, e con esso raggiungo anche la neve. Finalmente torno a vedere la montagna innevata. Metto i ramponcini e salgo deciso. La neve è dura, è ghiacciata, quindi non sprofondo e non rimpiango le ghette.
Le mie gambe
Dopo una prima parte iniziale, nella quale ho accusato il sovraccarico inabituale, dai 1200 in poi ho preso il ritmo. Le gambe vanno come treni, non hanno mai bisogno di soste. Il passo è forse più corto del solito, ma la continuità è la stessa. I quasi 900m di dislivello vengono conquistati con una facilità inaspettata. Pensavo, in questi mesi, di aver perso allenamento. Alla fine della giornata accumuleranno quasi 2000m di dislivello.
La prima vetta, il primo decollo
Raggiungo i 1888 del Monte Nuria. Finalmente vedo di nuovo quello spettacolo che tanto amo. Queste vette e vallate innevate sono magnifiche. La vetta, oltre al panorama spettacolare, porta altre due belle sorprese: un bellissimo sole, che mitiga la temperatura, e un vento leggerissimo, che non impedirà il mio decollo. Anche le nuvole sono perfette, essendo stratificate non sono pericolose.

È ora di fare sul serio, è ora di preparare il decollo, bisogna studiare la situazione. Voglio volare direzione lago di Cornino, quindi percorro la cresta verso est per raggiungere Colle della Fungara (1881). Il vento è leggero, circa 5km/h da sud est. Si decolla contro vento. Trovo il posto adatto poco prima della cima, perfettamente controvento, ma voglio vedere oltre.
Dopo la cima, sul versante est/nord-est, c'è una discesa bellissima, tutta innevata, che guarda verso la Laga, verso il Gran Sasso. Il vento però è di traverso, di circa trenta gradi (al limite) ma non è forte. Ho già fatto decolli simili. Il pendio è molto ripido quindi prenderò velocità subito. Il decollo ideale sarebbe l'altro, ma questo è troppo bello. Il mio primo decollo in solitaria voglio sia magico, non può che essere questo.

Metto la giacca, il copricollo, controllo le scarpe, fisso il cellulare al cavo di sicurezza, indosso l'imbragatura, quindi apro la vela, inclinata leggermente controvento. Il pendio è talmente ripido che trovo difficoltà a tenerla ferma, tende a scivolare.
Mi aggancio, accendo la musica, questa volta è Chopin che mi farà volare, controllo che tutti i cavi siano liberi, che l'imbragatura sia fissata, guardo i miei spettatori, Laga e Gran Sasso, quindi parto. Qualche passo di corsa per alzare la vela, due tre per decollare. Il vento laterale mi trascina leggermente verso destra ma ho il pieno controllo.
Il primo atterraggio

Punto il lago di Cornino. Non è molto distante ma ho il vento contrario, quindi la mia efficienza al suolo è ridotta. Ho comunque tutta una piana su cui atterrare, in ogni caso sono in piena sicurezza. Mi regalo giusto qualche inversione di rollio, quindi dritto a destinazione per non perdere quota.
Anche l'atterraggio si deve fare controvento, ma che vento ci sarà al suolo vicino al lago?? Il libro dice di vedere la direzione delle ondine che si creano sull'acqua, o il movimento dei fili d'erba. Io non vedo nulla, non sono un'aquila.
Quindi me ne frego e opto per un atterraggio a C verso ovest. Il risultato è perfetto! Ma una volta a terra mi accorgo che anche al suolo il vento è da est, leggero ma da est.
Di nuovo in cammino
Ripiego la vela, con qualche difficoltà a causa del vento, è mi rimetto in marcia. Un pezzo pianeggiante e si risale. Dai 1260 della piana devo tornare a quasi 1900. Sono indeciso se andare direttamente al Nuria, per scendere verso la macchina, o se volare anche dal Nurietta. Ovviamente opto per la seconda opzione.
Anche da questo lato trovo la neve dai 1500mslm. Questa non è dura, non è ghiacciata, quindi si fatica di più. 200 metri sotto la vetta incontro un escursionista: mi ha fotografato mentre volavo. Non è un semplice escursionista, si chiama Bruno ed è il reggente del gruppo Cai di Rascino. Anch'egli va al Nurietta, facciamo un pezzetto insieme poi mi avvantaggio. L'aspetto al decollo che mi ha promesso di farmi un video.
Altra vetta, altro decollo
Arrivo in cima (1884) e studio la situazione. Vorrei volare a sud-est verso il lago di Petrella, ma il vento tira da nord-ovest. Non posso decollare con vento alle spalle, tra l'altro anche a piccole raffiche. Dopo vari ragionamenti decido di decollare controvento e fare una piccola planata nella conca sottostante.

Preparo nuovamente tutto il materiale, libero con qualche difficoltà tutti i cavi, intrecciati dal vento precedente, accendo la musica e via. Qui la pendenza è minima e il vento si è improvvisamente fermato, quindi c'è da correre più del solito: quindi corro sulla neve per alzare la vela e poi corro fino a staccare i piedi da terra.
Nonostante voli per appena due tre minuti, mi godo la sensazione di essere circondato dalla neve. Dalla neve sono decollato, sulla neve atterro con un altro atterraggio da manuale, nel punto esatto che avevo individuato.
Ultima ascesa

Ripiego la vela, sistemo tutto nello zaino e punto alla cima del Nuria. Devo prima risalire un pò, per poi scendere ai laghetti che stanno nella vallata tra le cime, quindi salitona finale.
In cima ho una brutta sorpresa: il vento è rigirato, non è più da nord (quello perfetto per decollare verso la macchina) bensì da sud. Tra l'altro è anche discreto, circa 10km/h, quindi impensabile decollare con vento in coda, soprattutto su una cresta del genere.
Decollare verso sud è impensabile, non raggiungerei la meta, troppa strada per aggirare la montagna. L'unica soluzione è trovare una buona pendenza rivolta a ovest, per decollare con vento di traverso e virare subito a destra.
Trovo quella che può fare al caso mio 300-400m a ovest della vetta, ma il terreno è estremamente roccioso, con alcune rocce enormi. Sarà un decollo complicato. Tolgo i ramponcini: su queste rocce aumentano il rischio di scivolare. Stendo la vela inclinata parzialmente controvento. Sistemo imbragatura, cavi, casco, etc, quindi aspetto l'attimo giusto. Appena il vento rallenta, eseguo il decollo con determinazione assoluta. È tutto troppo complicato per permettersi un'esitazione. Alzo perfettamente la vela e con tre passi spicco il volo. Viro verso nord, verso Antrodoco, verso Rocca di Fondi e mi assicuro di superare il bosco che mi separa dalla piana che attende il mio atterraggio.
Ultimo atterraggio
Mi ritrovo altissimo, sono ben 800 i metri di dislivello tra decollo e atterraggio, che sorvolo presto. Sono euforico, per la riuscita di quel decollo complicato e per essere così alto. Mi posso concedere dei 360, delle inversioni di rollio, una spirale, è tutto fantastico.
Abbassandomi, finalmente vedo la fettuccia lasciata la mattina, è immobile: non c'è vento al suolo, posso quindi atterrare come voglio. Decido di farlo direzione ovest, dove è un pò più lunga l'area che ho selezionato. Scendo con una manovra a 8 ma dal limite est dell'atterraggio mi ritrovo spinto internamente, forse da qualche corrente imprevista.
Sono ormai troppo basso per tornare a est, cerco di scendere al massimo prima della virata finale, ma mi sono mangiato metà area di atterraggio, che era già piccola. Eseguo la virata finale ed è evidente che uscirò di poco dal limite previsto, oltre il quale ci sono cespugli e alberi. Freno, a pochi metri dal terreno, per ridurre la traiettoria per evitare gli alberi (manovra da non fare in condizioni normali), quindi, rilasciati i freni, dovrei prepararmi alla super frenata finale a un metro dal terreno, ma questa farebbe finire la vela contro un cespuglio spinoso che devo assolutamente superare.

Devo scegliere tra la mia vela e la mia incolumità, non ho dubbi, salvo la vela. Eseguo un atterraggio kamikaze senza frenare. Appena tocco il terreno a circa 35km/h rimbalzo in avanti e mi "sfragno" di faccia. Guardo la vela, è salva. Perfettamente incolume in mezzo tra due cespugli. Controllo le caviglie, le ginocchia, i gomiti: tutto dolorante ma integro.
Inizio a ridere come un matto. Rido da sentirmi male. Che atterraggio pazzesco!! Se mi avessero ripreso, sarei finito sulla sigla di paperissima. La verità è anche che nella situazione di emergenza in cui mi sono trovato, ho veramente fatto un miracolo.
Il rientro
Ripiego la vela, sistemo tutto il materiale, metto tutto in spalla e via verso la macchina, che dista un paio di km. Poco dopo l'atterraggio trovo un'area molto più larga e pulita dove pascolano molti cavalli neri come il caffè. Ne accarezzo qualcuno, li fotografo e via verso casa.

Raggiunta l'auto, mi cambio e si parte. Lungo il rientro, con la musica di sottofondo, rivivo tutte le emozioni della giornata, veramente tante e intense. Quell'ora in macchina è tanto bella ed emozionante quanto l'avventura vissuta.
Errori e insegnamenti
Oggi ho imparato tante lezioni: è tornato l'inverno ed è bene indossare calzettoni caldi; l'area di atterraggio va studiata con più attenzione, vicino ce ne possono essere di migliori; la manovra di atterraggio è bene iniziarla prima, non quando si è troppo bassi, che l'imprevisto è sempre dietro la porta; nel dubbio circa il vento che c'è al suolo, è preferibile ipotizzare che abbia la stessa direzione di quello in quota; il casco che indossavo quasi controvoglia, serve eccome.
Continua un lungo periodo con forti venti da est, ma vedendo windy noto che il massiccio del monte Cairo dovrebbe beneficiare della piana e riuscire a mitigare il vento dominante e addirittura a dominarlo.
Decido quindi di andare a completare, o bonificare come mi piace dire, la catena montuosa, cercando di volare dalle ultime vette rimastemi: Cimarone di Villaneto, Monte Occhio, Monte Castrocielo e c'è poi l'opzione Monte Trocchio.
Alle 08.30 sono a Colle San Magno, piccola frazione con cui ho molto legato ultimamente, e inizio la prima ascesa di giornata. Alle 10.00 raggiungo la vetta del Cimarone di Villaneto dopo quasi 1000m di dislivello e trovo un discreto vento da est: aiutoooooo. Le previsioni mi davano vento nullo in procinto di passare da ovest.

Studio l'orografia del territorio e cerco di capire come arrivare a Colle San Magno con un vento opposto a quello che mi servirebbe. L'unica opzione è sperare di sfruttare il vento per salire lungo le creste e riuscire a scavallare Monte Occhio per poi scendere a valle. Male che vada ho sotto di me un possibile atterraggio di emergenza.
Decollo direzione est senza alcun problema ma inizio subito a scendere, lentamente ma inesorabilmente. Non si sale, è ufficiale. Inizio a puntare l'atterraggio e mi accorgo che sarebbe meglio sfruttare una selletta, piccola ma meglio esposta, piuttosto che rischiare un sottovento.

Atterraggio perfetto, ripiego tutto, e subito sguardo alla mappa per capire il nuovo piano. Ci sono un paio di cime interessanti, cime che non avevo ancora mai considerato, ma mi allontanerebbero ulteriormente; le lascio per un'altra volta.
Monte Occhio, il secondo obiettivo di giornata, dista in linea d'aria un paio di km: si va lì direttamente.
Cammino sperando che nel frattempo entri almeno lì il vento da ovest. Quando arrivo scopro due cose: il Monte Occhio non è decollabile a ovest, come si intravedeva da google earth nonostante mi illudessi del contrario, pendenza troppo lieve e barriera d'alberi davanti, e siamo nel momento preciso in cui il vento sta cambiando con qualche ventata da est e qualcuna da ovest. Apro Locus Map e Google Earth e da un'analisi incrociata comprendo che decollando a est potrei aggirare la montagna e arrivare sicuramente a valle, forse a destinazione nel caso prendessi qualche termica. Aggiudicato, ci provo.
Il decollo non è male, pendenza giusta e terreno accettabile, ma per una ventata sufficiente devo aspettare almeno un quarto d'ora, forse colgo l'ultima chance.

Decollo e inizio la missione aggiramento. Non riesco a salire, niente termiche, ma perdo poca quota, pochissima. Quando inizio a vedere la valle, vedo anche che Colle San Magno, la parte nord che mi interessa, pare raggiungibile. Arrivo sopra all'atterraggio anche abbastanza alto. Quando ci sono atterrato poco tempo fa mi sembrava molto piccolo, oggi lo vedo con occhi migliori: entrando da nord, tra due begli alberi, mi lascia molto margine, sono molto più sereno. Eseguo tutto perfettamente e mi ritrovo come il gladiatore, in mezzo al grano alto fino al petto.

Sono molto molto soddisfatto.
Ripiego tutto e via direzione Monte Castrocielo, terzo obiettivo di giornata. La montagna è vicina, anche poco dislivello ma ho i minuti contati: alle 13.00 ho una riunione e vorrei farla all'ombra della rocca che c'è sulla vetta. Salgo spedito nonostante il sole e alle 12.50 sono all'ombra dei ruderi, già con un'idea del possibile decollo. Un'ora abbondante di riunione in mountain working, contribuisce anch'essa a rendere la giornata speciale. Lavorare all'interno di una rocca abbandonata è un bel privilegio.

Alle 14.15 mi preparo per il nuovo decollo. Lo spazio è stretto, un po' ripido e sconnesso. Il vento è dalla direzione giusta ma troppo debole per la Maestro 2, vela con cui sono oggi. Con la Kode P, la mia veletta da Hike and Fly, decollare sarebbe un gioco da ragazzi, con la Maestro diventa una bella sfida. Alla francese non si alza proprio, non abbastanza vento, dopo vari tentativi devo rassegnarmi. All'inizio escludo una partenza all'italiana, troppo poco spazio, ma poi la disperazione mi fa intravedere una diagonale possibile su cui farla. Mi assicuro che non ci siano nodi, metto la vela meglio possibile, che in questo posto significa malissimo, mi aggancio e si corre.

Quattro cinque passi e sono in aria.
Dopo un vaffanculo meritatissimo a questo decollo, inizio a godermi il volo e a cercare qualche ascendenza. Cerco vicino al costone ma non trovo granché. Pian piano perdo quota e inizio a rassegnarmi all'idea della lunga e odiosa risalita che mi aspetta. Avrò tanto asfalto da fare. Mi porto sopra l'atterraggio con ancora un pizzico di quota e trovo una piccola termica, +0.4. Mi ci infilo subito e inizio a girarla. Ad ogni virata di 360° guadagno 10m di quota. Pian piano sono 100, poi 200, poi 300 e poi la termica inizia ad essere più forte e così salgo sempre di più fino a guadagnare 1000m di quota. A questo punto posso scavalcare la montagna dietro e tornare all'atterraggio di Colle di San Magno. Anche questa volta atterro da nord, anche questa volta mi infilo tra i due alberi grandi, anche questa volta mi lascio inghiottire dal grano.

Grande soddisfazione!!
Mentre ripiego la vela mi accordo che ho un altro cavo stuccato, una delle due diramazioni principali delle C. In pratica con la Maestro ad ogni partenza all'italiana stucco qualcosa. Pensare che non sono passati neanche 10 giorni dalla riparazione dell'altro cavo stuccato. Non fa nulla, riparerò anche questo.
Nella mia testa ora c'è Monte Trocchio che mi chiama. Piccolo monte accanto all'A1, dopo Cassino, che ho visto pochi giorni prima scendendo a Napoli.
Prendo la macchina, scendo a valle e prendo un gelato e una coca cola; avevo veramente bisogno di rinfrescarmi. Quindi via direzione Santa Lucia dove inizia il sentiero per il Trocchio. La salita è tutta al sole ma inizia ad abbassarsi. Circa 400m di dislivello e arrivo facilmente ai ruderi del Castello dove penso a Naccari e ai suoi amati racconti sulla linea Gustav, è evidente che questa fosse una posizione cruciale per gli alleati.

Da qui mi faccio tutta la cresta fino alla vetta. Finalmente un decollo relativamente facile con vento perfetto. Mi preparo, apro la vela e sono in volo alle 17.15. Si sale subito ma c'è più vento del previsto. Inizio a veleggiare lungo la cresta, faccio un paio di andirivieni e poi mi metto controvento e mi ritrovo in una situazione insolita: sono immobile.
Ho un vento frontale di 35km/h, quindi avanzo a 0km/h, e il variometro segna 0; non sto né salendo né scendendo. Non avanzo, non indietreggio, non salgo e non scendo, sono immobile. È una sensazione bellissima. Lascio i comandi e mi lascio cullare. Mi sembra di essere su un dondolo in paradiso. Cosa potrei volere di più? Un'altra coca cola fresca e anche un bel gelato. Resto così un quarto d'ora e poi via verso l'atterraggio che altrimenti arrivo a casa troppo tardi. Alle 21.00 ho un'altra riunione e soprattutto l'indomani ho altri bei progetti di volo.

All'atterraggio trovo anche dell'acqua offertami dai proprietari della casa adiacente al terreno oltre ad un pubblico di curiosi: non credo siano in molti a volare dal monte Trocchio. Cinque minuti e sono alla macchina, colmo di bellissime sensazioni. Il viaggio di ritorno, con queste emozioni addosso, è parte integrante della bellezza di queste giornate magnifiche.
Giorno due
La sera riunione fino alle 23.00 quindi check veloce del meteo e il nuovo programma per l'indomani è definito: mattina Hike and Fly zona Lucoli di sopra, pomeriggio a Tocco con Umberto.
Alle ore 8.15 parcheggio tra Prato Lonaro e Collimento.
Inizio la salita, che ha pochi boschi e fa già caldissimo. Si tratta comunque di un luogo che mi piace particolarmente. Dopo i primi 600m di dislivello inizia un tratto molto ripido e si sente sulle gambe; sarà che vengo dal tour de force di ieri. Più volte mi dico "tra pochissimo faccio una prima pausa", ma poi viene sempre rimandata. A quota 1800 trovo un vento da est, come previsto, ma di un'intensità esagerata. Sono le 09.30 e ci saranno 35-40km/h, veramente tanto. Non soffro più il caldo. Normalmente mi preoccuperei parecchio, il rischio di non volare sarebbe alto, ma già quando sono salito qui con Marione un mesetto fa avevamo trovato un vento fortissimo su questa sella e molto più moderato in cima. Proseguo l'ascesa fiducioso.

Il luogo è incantevole, la vetta del Pizzo delle Fosse mi ricorda un'immagine del gran Sasso salendo da est. Classica montagna ignorata da tutti che è invece un paradiso.
Per raggiungere la cima c'è da affrontare una cresta finale, che in invernale è bella stretta, ma ora, senza neve, è facilmente percorribile.

Il decollo è super, pendenza, larghezza e terreno sono perfetti, ideale anche per il biposto. Anche il vento qui è buono, teso ma perfetto. Mi preparo e si inizia a volare.
Nonostante sia presto, trovo termiche, dinamica, tutto… però ho in progetto di fare un'altra ascesa, ho i tempi stretti, quindi una mezz'ora di volo e via all'atterraggio. Con Marione avevamo identificato un campo ma dall'alto ne trovo un altro, un po' più in basso ma meraviglioso, quindi mi ci avvicino e nel frattempo mi studio la risalita.

Atterro in questo pezzetto di paradiso, ripiego tutto, e per complicarmi la vita vado con un'ascesa tutta fuori sentiero. La vegetazione non è tantissima ma in molti punti non si passa. Per fortuna dall'alto avevo studiato le traiettorie migliori da seguire, e alla fine tra una bestemmia e l'altra supero tutta la zona boscosa, che speravo fosse più rada. Avrei potuto fare una due giorni di hike and fly senza una ravanata delle mie? Evidentemente no.
Un bel pezzetto di cresta panoramica e abbastanza pulita e arrivo a Colle Carpeneto. Anche qui il decollo è perfetto sotto tutti gli aspetti. In un batter d'occhio sono in aria. Questa volta posso concedermi qualche termica in più, e prendendo molta quota esploro tutti i dintorni: che spettacolo!!!!

Alle 12.30 atterro, ripiego tutto, e in 10', anch'essi fuori sentiero, sono alla macchina.
Alle 13.30 sono all'appuntamento con Umberto, con un po' di anticipo che sfrutto per mangiarmi una vaschetta di gelato.
Finalmente si parte direzione Tocco da Casauria, dove non sono mai stato, ma del quale ho tanto sentito parlare.
Con Umberto e Andrea verso le 15.15 siamo al decollo. Due piloti decollano, ma ancora le termiche non lavorano bene e perdendo quota devono scendere all'atterraggio.
Umberto si prepara subito, io con più calma. La situazione è statica per un bel po'. Quando verso le 16.15 tornano le prime termiche siamo pronti a coglierle e insieme anche a Marione decolliamo subito.
Si sale abbastanza bene e senza grandi fatiche conquisto prima la vetta retrostante, Monte della Grotta, poi la cresta chiamata schiena d'asino che porta al Monte Rotondo. Ho già guadagnato 1200m di quota. Questa cresta non solo è bellissima, ma mi riporta indietro nel tempo. Nel 2022, in uno dei miei trekking esagerati, l'avevo risalita tutta tra mille difficoltà. È veramente aspra. Gli altri volano più interni nella valle, io sono perfettamente sopra la cresta e mi godo, rivivo, ogni passaggio. Seguendola, pian piano guadagno altra quota e arrivo al Morrone, prima nella sua parte settentrionale, dove mi fermo in attesa di vedere come evolve un grosso cumulo non rassicurante, poi disfattosi quest'ultimo, raggiungo la vera e propria vetta.

Tutto il tragitto me lo faccio quasi sfiorando il terreno, ammirando ogni rava, ogni valle, il rifugio che da sempre amo, ogni piccolo montarozzo.
Però sono solo e come sempre la radio non funziona. Decido allora di tornare indietro ma proprio quando sto tra Morrone e M. Rotondo arrivano tutti gli altri, allora mi rigiro e si ritorna alla vetta. Ora voglio fare top. Trovo il posto migliore e torno all'altezza della vetta del Morrone, lì dove sono stato tre volte, dove ho suonato la mia armonica, lì dove ho ripreso fiato prima di continuare giri immensi.

Voglio mettere i piedi a terra, voglio unirmi con questo mondo bellissimo ancora ricoperto da strisce di neve, voglio fare Top.
Pochi metri sotto la vetta c'è il punto perfetto.
Inizio a giocare a sfiorare il terreno, lo sfioro verso nord, lo sfioro verso sud, e poi ricomincio. Fino a quando faccio il primo top.
Poi riparte il balletto, sfioro, sfioro, sfioro e di nuovo piedi a terra per un istante, quindi di nuovo in volo. È troppo bello, emozionante, unico. Continuo un po' con questo gioco e dopo il terzo top decido che è meglio tornare a Tocco.

Il rientro è molto facile, galleggio letteralmente nell'aria e non perdo quota. Arrivo altissimo sul decollo, dove decido di fare top, per riscendere con l'auto nel caso sia Umberto che Andrea siano atterrati in valle. Per perdere quota inizio una serie infinita di Wing-Over e di 360° spinti, così da cogliere l'occasione per esercitarmi.
Nonostante al decollo non ci sia più vento frontale il top viene abbastanza bene.
Messi i piedi a terra inizio un lungo processo di metabolizzazione delle infinite emozioni vissute con questo volo e di quelle vissute in questi due giorni che hanno rasentato la perfezione di ciò che cerco con la mia vela: esplorazione, problem solving, termiche, dislivello, panorami mozzafiato.

L'Hike & Fly sull'Appennino centrale è ancora un territorio vergine. Niente database, niente guide, niente comunità di riferimento. Chi vuole volare qui deve andare a tentativi, senza sapere cosa aspettarsi dal decollo, dal vento, dal sentiero che porta in cima.
Questo sito nasce per cambiare tutto questo.
Ogni vetta catalogata è il risultato di un volo reale, di una salita fatta con le mie gambe, di un decollo tentato — a volte rimandato, a volte conquistato. Non teoria, non racconti di terze mani: esperienza diretta, accumulata su oltre 400 vette in due anni, trasformata in informazioni utili per chi verrà dopo.
La missione è semplice: rendere accessibile l'Appennino a chi vola, e far conoscere questo sport straordinario a chi ancora non sa che esiste. Costruire un punto di riferimento per i piloti del centro Italia — uno spazio dove orientarsi, confrontarsi, condividere.
Perché questo sport merita di essere conosciuto. E questo territorio merita di essere volato.

Andrea Valentini, classe 1977, ha trasformato il volo in qualcosa di più: un'esplorazione sistematica e appassionata dell'Appennino centrale, vetta dopo vetta, decollo dopo decollo.
La sua forma di Hike & Fly non è solo sport — è un progetto di mappatura viva di un territorio ancora tutto da scoprire, catalogando ogni esperienza con la stessa precisione che ha sempre contraddistinto la sua carriera: condizioni del vento, difficoltà del decollo, dislivelli, punti di atterraggio, note utili per chi vorrà seguirlo.
Quella precisione ha radici profonde. Atleta olimpionico di Pentathlon Moderno — disciplina che richiede padronanza in cinque sport completamente diversi — Andrea ha rappresentato l'Italia alle olimpiadi di Atene 2004 e Pechino 2008, toccando in marzo 2004 la prima posizione nel ranking mondiale. Una carriera costruita sulla capacità di eccellere dove tutto cambia: il terreno, le condizioni, la disciplina richiesta.
Terminata la carriera agonistica, Andrea è diventato prima allenatore poi Direttore Tecnico della Nazionale italiana di Pentathlon Moderno, guidando la squadra azzurra a Parigi 2024 con la conquista della medaglia di Bronzo. Dal 1996 fa parte delle Fiamme Azzurre, il gruppo sportivo della Polizia Penitenziaria, prima come atleta e ora come tecnico.
Il parapendio è arrivato dopo tutto questo — e forse proprio per questo è diventato così totale. Non una sfida da vincere, ma un mondo da abitare. Un Appennino da conoscere metro per metro, corrente per corrente, cima per cima.
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Normativa per il volo libero in Italia · fonti ufficiali
La L.394/91 vieta il sorvolo non autorizzato nei parchi nazionali. Ogni parco può avere regolamenti specifici — contatta sempre l'ente parco.
Regolamenti regionali aggiornati al 21-9-2026
→ Abruzzo (PDF) → Basilicata (PDF) → Calabria (PDF) → Campania (PDF) → Lazio (PDF) → Marche (PDF) → Toscana (PDF) → parks.it — parchi nazionali → MASE — Ministero AmbienteMappa interattiva dello spazio aereo aggiornata, utile per verificare zone P/R/D e restrizioni prima del volo.
→ airspace.xcontest.orgP (Proibite): volo vietato. R (Riservate): solo con autorizzazione. D (Pericolose): attività militari — verificare NOTAM.
→ ENAV AIP Italia → ENAV NOTAM WebIl parapendio in Italia è regolato da ENAC tramite il Regolamento VDS.
→ ENAC → FIVL — Federazione Italiana Volo LiberoAiutaci a migliorare il sito, inviaci video, foto, tracce GPX o informazioni utili sulle vette
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